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Una conversazione con Dalila Lacerenza, fondatrice e direttrice creativa
Ci sono luoghi che non raccontano soltanto ciò che vendono, ma il modo in cui scelgono.
Il Cassetto del bebè nasce a Pavia da una visione precisa dei primi giorni di vita: unire materia, ricerca, sensibilità estetica e conoscenza concreta delle esigenze di chi si prepara ad accogliere un bambino.
Prima ancora dell'assortimento viene il criterio. Una culla intrecciata a mano, un tessuto, una forma, un colore o un piccolo dettaglio entrano nel mondo del brand perché rispondono a un'idea precisa di prodotto e di bellezza.
Dietro questa visione c'è Dalila Lacerenza, fondatrice e direttrice creativa, che firma le collezioni e ne segue la ricerca, dalla materia fino ai dettagli che costruiscono nel tempo un linguaggio riconoscibile.
Dalila, partiamo dalle radici. Quando e come nasce Il Cassetto del bebè?
«Il Cassetto del bebè nasce ufficialmente nel 2019, ma il progetto prende forma da un interesse per il mondo dei neonati e dal desiderio di creare qualcosa che avesse un'identità precisa.
All'inizio la dimensione artigianale era molto forte. Abbiamo iniziato realizzando doudou per i bebè, piccoli accessori fatti a mano nei quali già cercavamo attenzione alla materia e ai dettagli.
Da lì il passaggio alle culle artigianali è arrivato in modo naturale. Lavorare un oggetto lentamente, scegliere i materiali, osservare una forma prendere vita attraverso le mani ha definito molto del modo in cui ancora oggi penso il brand.
Con il tempo ho capito che non volevo semplicemente proporre prodotti per l'infanzia. Volevo costruire un modo personale di interpretare i primi giorni di vita.»
Da questa dimensione artigianale siete poi arrivati allo store di Pavia. Che tipo di luogo volevate creare?
«Volevo uno spazio nel quale fosse possibile vedere e toccare i prodotti, ma soprattutto prendersi il tempo per scegliere.
In store convivono le nostre culle artigianali, le collezioni de Il Cassetto del bebè e una selezione di marchi che completano le esigenze dei primi mesi, come Joolz e Bugaboo per il mondo della mobilità.
Lo store è diventato anche un luogo di osservazione. Ogni giorno ascoltiamo domande sulle taglie, sulla valigia parto, sui primi cambi, sulla nanna, sul passeggino o su un regalo di nascita.
È proprio questo contatto continuo con le famiglie ad aver costruito una parte importante della mia esperienza e del modo in cui oggi progetto e seleziono.»
Quando hai sentito la necessità di creare una collezione proprietaria?
«È nato dall'ascolto, ma anche dal desiderio di costruire una maggiore coerenza.
Selezionare prodotti di altri brand mi ha permesso negli anni di capire molto bene cosa cercavo: nelle forme, nei materiali, nelle vestibilità, nei colori e nei dettagli.
A un certo punto ho sentito il bisogno di trasformare questo criterio in qualcosa di nostro.
Non volevo soltanto trovare prodotti che mi piacessero. Volevo poter decidere direttamente una proporzione, una palette, una stampa, un bottone, una costruzione. Volevo che il prodotto portasse in modo riconoscibile il punto di vista del Cassetto del bebè.»
Come nasce, quindi, un capo della collezione?
«Nasce da un'immagine che ho in mente e da molta ricerca.
Disegno la collezione, cerco i materiali, confronto campioni, incontro fornitori e stamperie, provo colori e dettagli. A volte un elemento viene modificato più volte prima di arrivare al risultato che avevo immaginato.
La materia per me non arriva dopo il design: ne fa parte. Guardo la mano, il peso, la struttura, il comportamento del tessuto e il modo in cui entrerà in contatto con la pelle.
Poi ci sono le forme e i dettagli. Sono quelli che, collezione dopo collezione, devono costruire un linguaggio riconoscibile.»
C'è un prodotto che rappresenta particolarmente questa visione?
«La tutina Kimono è probabilmente il prodotto che oggi sintetizza meglio il nostro modo di pensare i primi giorni.
Nasce intorno a una forma semplice da utilizzare nei primi cambi e allo stesso tempo mi permette di lavorare su materia, costruzione, colori e dettagli.
Per questo voglio che rimanga nel tempo e che evolva insieme alle collezioni. Non come un prodotto stagionale, ma come uno dei segni riconoscibili del brand.»
Quanto conta la ricerca dei materiali?
«Conta moltissimo, ma preferisco farla vedere piuttosto che limitarmi a dire che un prodotto è di qualità.
Per ogni materiale cerco di capire cosa contiene, come si presenta al tatto, come veste, come si comporta e per quale momento è più adatto.
Anche le certificazioni hanno valore quando vengono utilizzate con precisione. Devono sostenere ciò che raccontiamo, non diventare semplicemente parole da aggiungere alla descrizione di un prodotto.
Il cliente deve poter capire perché abbiamo scelto una materia, non soltanto sentirsi dire che è "la migliore".»
Il Cassetto del bebè però non è soltanto una collezione. Quanto conta la relazione con il cliente?
«È una parte fondamentale del progetto.
In store abbiamo imparato che spesso non serve mostrare cento alternative. Serve capire in che momento si trova una persona, cosa sta cercando e quali sono davvero le sue esigenze.
Per questo anche online vogliamo mantenere la possibilità di scegliere insieme.
Il primo guardaroba, la valigia parto, un passeggino o un regalo di nascita possono diventare percorsi molto diversi da famiglia a famiglia. Il nostro compito non è decidere al posto del cliente, ma offrire un criterio e poche proposte motivate.»
Se dovessi sintetizzare oggi la filosofia del Cassetto del bebè?
«Direi che cerchiamo di scegliere con intenzione.
Non credo nell'accumulo e non credo che servano infinite alternative. Mi interessa capire cosa ha davvero senso nei primi giorni e perché.
Questo vale per una tutina, per una culla, per un tessuto e anche per un passeggino selezionato da un altro brand.
Vorrei che entrando nel nostro mondo si percepisse un criterio: ricerca, materia, forme, dettagli e una visione che tiene insieme tutto.»
E guardando avanti?
«Vorrei continuare a rendere questa visione sempre più riconoscibile.
Far crescere le nostre collezioni, continuare la ricerca, rafforzare i prodotti che portano la nostra firma e rendere accessibile anche online ciò che oggi succede naturalmente in store.
Il mio obiettivo non è semplicemente ampliare l'offerta. È costruire un linguaggio che possa essere riconosciuto nel tempo: in una forma, in una palette, in una materia o in un dettaglio.
E continuare a interpretare i primi giorni di vita con lo stesso livello di attenzione con cui tutto è iniziato.»
Where the first breaths begin.